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O meu Brasil, il “mio” Brasile

Fortaleza
Fortaleza

 La terra che mi affascina, quella in cui vorrei tornare a vivere per un po’ (sono troppo vecchia e troppo italiana per pensare ad uno sradicamento definitivo) è lo stesso Brasile esagerato, quello del più grande fiume del mondo, del più grande ponte del mondo (che unisce Niteroi a Rio de Janeiro), della più grande statua di Cristo del mondo (il Cristo dalle braccia spalancate del Corcovado a Rio), della capitale più “artificiale” del mondo (Brasilia, la città tutta costruita nel 1960 per volontà del presidente Joscelino Kubitschek, una specie di manuale di urbanistica e architettura moderna, costruita dall’urbanista Lucio Costa, dal mitico Oscar Niemeyer architetto e da Burle Marx architetto paesaggista)…
Quello che amo non è il Paese del samba, anche se questa musica triste e penetrante mi affascina, o quello dei ricchi proprietari di fazendas. Il Paese che amo è quello delle meninas de programa che passeggiano la notte lungo la Barra (la riva del mare), a Fortaleza come a Rio de Janeiro, delle religiose e dei religiosi che vanno in mezzo a loro per consolarle, per sostenerle, per curarle quando ce n’è bisogno. È il paese delle volontarie e dei volontari, che lavorano allegramente per migliorare le condizioni di miseria, per aiutare i più poveri a riscattarsi, a emanciparsi.
 Quello che amo non è il Paese in cui vengono i ricchi bianchi a sfruttare i ragazzini e le ragazzine. Non è il Paese del turismo becero e ignorante che morde e fugge. Quello che amo è il Paese dei grandi spazi, e delle signore Raimunda che non possiedono nulla, che vivono in una capanna di poche assi sconnesse, ma che sorridono e cantano con la voce roca e la bocca sdentata, perché a proteggerle dal sole, sopra il tetto, c’è la chioma di un alberello.

Marisa Sfondrini

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